martedì 28 ottobre 2014

Grandi attori nella storia di Pulcinella (Major actors in the history of Pulcinella)

L'ARTE DELLA COMMEDIA



La celebre maschera, espressione delle plebi miserabili del Mezzogiorno, ha circa sei secoli di vita, nel corso dei quali ha trovato eccezionali interpreti che ne hanno fatto un personaggio profondamente umano.


Antonio Petito
“La sera del 26 marzo 1876 Totonno Petito recitando LA DAMA BIANCA di Ma rulli si sentì male, ma attaccò un pezzo qualunque di zibaldone e tirò avanti il finale con la tradizionale sparata. Tornato in camerino, mentre sorbiva la solita tazza di caffè cominciò a strabuzzare gli occhi, a tirar fuori la lingua e a fare boccacce. L’attrice servetta che gli dava il caffè, pur abituata alle smorfie di Totonno, credette che le volesse far paura imitando la morte per apoplessia e disse… “Don Antò, nun facite sti cose!”… Invece Pulcinella moriva davvero.
“Fu portato in quel palcoscenico dove aveva ricevuto l’investitura paterna della maschera e qui chiuse la sua vita come suo padre Salvatore…
Al medico accorso fu detto con semplice desolazione… “Dottò, Polecenella se n’è ghiuto”.
I preti non vollero accompagnare la salma, ed era capitato anche a Molière; ma tutto il popolo lo portò a Poggio Reale e, sul carro funebre, salirono in costume quattro pulcinelli dei principali teatri minori: funerale carnevalesco nell’apparenza, ma commosso profondamente nella sua spontaneità”.

Così narra la morte del grande attore napoletano Antonio Petito lo studioso Anton Giulio Bragaglia, nel suo volume dedicato a Pulcinella. Ma non è solo per ricordare la ricorrenza della sua scomparsa, e neppure per segnalare a chi legge, questo del resto importante contributo alla storia del teatro italiano e delle Maschere – opera di uno dei maggiori cultori di studi teatrali, - che faccio questa citazione e mi accingo a parlare di questa tipica maschera napoletana. Percorro questo tragitto perché il Pulcinella e Antonio Petito, suo grande interprete, sono stati al centro di uno dei maggiori avvenimenti teatrali degli anni ’50: l’inaugurazione del ricostruito teatro San Ferdinando, a Napoli, per opera di Eduardo De Filippo.
Vecchio teatro della Napoli borbonica, carico di un glorioso passato, il San Ferdinando di Eduardo si era nuovamente aperto al pubblico e la commedia rappresentata è stata LA PALUMMELLA di Antonio Petito.

Tutti i giornali, tutte le riviste si sono occupati dell’avvenimento: e certamente i lettori del tempo avranno notato che a proposito dello spettacolo, si è scritto che Eduardo ha messo per la prima volta l’antica maschera di Pulcinella.
Può essere allora interessante vedere quale ne è l’origine, studiarne un poco la storia. E per ciò mi soccorre egregiamente il volume di Bragaglia, frutto di una ricerca attenta, diligente, che certamente è costata anni e anni.


Pulcinella è di origine contadina. Molte sono le maschere della commedia dell’arte che nascono nel contado: celeberrimo fra tutti, Arlecchino (che ha i suoi natali in terra bergamasca). Quest’origine contadina ce le identifica subito dal punto di vista della classe sociale cui esse appartengono. Queste maschere che, come nel caso di Pulcinella, rimangono vestite con l’abito del loro lavoro, sono il prodotto delle plebi più incolte e sfruttate, dei lavoratori della terra soggetti a condizioni di vita miserande. In esse, naturalmente, non c’è coscienza di classe: c’è di volta in volta aspirazione ad una vita migliore, ossequio e servilismo verso i potenti, sorda ribellione, sana voglia di godersi la vita, per quel poco che la loro può dare, un grande potenziale satirico, per cui diventa uno spasso mettere alla berlina chi sta più in alto.
Con queste caratteristiche Pulcinella nasce nei dintorni di Napoli, ad Acerra. Quando? Nel Cinquecento, o forse anche prima. Da Acerra arriva presto in città e il suo inurbamento è probabilmente dovuto all’immigrazione, a Napoli, di gente del contado che vi cerca lavoro.
A questo proposito sono interessanti le osservazioni che fa uno studioso russo di Goldoni, A.K. Givelegov. Secondo Givelegov, la nascita di questo tipo di maschera (Arlecchino, Pulcinella) sarebbe anzi conseguenza dell’immigrazione nelle grandi città di contadini poveri… “Qui essi svolgono – scrive lo studioso russo – i lavori più pesanti. Sono facchini, manovali, scaricatori di porto, ecc I lavoratori del posto non possono fare concorrenza alle loro quadrate spalle contadine. I nuovi venuti tolgono loro lavoro. Naturalmente nelle città in cui i bergamaschi arrivano in folla togliendo il pane di bocca ai lavoratori locali, l’atteggiamento verso di loro non può essere amichevole… Il loro modo di parlare, il rozzo dialetto bergamasco tutto a scatti provoca scherno. Si narrano aneddoti sul loro conto.
E infine vengono portati sulla scena. Quello che al nord facevano i bergamaschi, al sud lo fanno i cavatoli e gli acerritani… E precisamente come i bergamaschi al nord, essi entrano nella letteratura e sul palcoscenico in aspetto deformato”.



Non voglio qui discutere di questa interessante tesi.
Resta, per tornare al nostro Pulcinella, il fatto che in città esso diventa il simbolo dell’umile, del sottoproletario, per dirla con una parola del linguaggio di oggi: nella sua figura goffa, deformata, dietro la sua maschera nera dal grande naso, esso esprime, per così dire, la condizione umana delle classi subalterne meridionali.
In una popolosa città come Napoli, dominata dagli spagnoli, rumorosa, fastosa e miserabile, nei quartieri brulicanti di gente che viveva di mille espedienti, era facile che qualcuno si mettesse addosso i panni del contadino di Acerra, e improvvisasse lazzi e scherzi. Ebbene: è alla fine del Cinquecento che Pulcinella arriva su una scena vera e propria. Esistevano già fin da allora delle compagnie di attori, proprio compagnie di giro, come diremmo noi oggi, che andavano di città in città a recitare davanti a nobili e prelati. La principale compagnia italiana in quel tempo era la Compagnia dei Comici Accesi, di fama europea (recitava alle corti di Parigi e di Vienna): e fu appunto uno dei suoi maggiori attori, Silvio Fiorillo, che impersonò per la prima volta il Pulcinella. Da allora, la maschera entrò “in Arte” e dalla spontanea creazione popolare divenne creatura di dinastie di attori. Che, improvvisando, e tenendo conto degli umori, delle preferenze, delle caratteristiche dei pubblici cui le presentavano, facevano un personaggio ora povero ora ricco, gaudente e bonario, o cattivo, popolano o borghese, via via in a una serie infinita di tipi, che tuttavia non erano molto lontani dalla maschera originaria.
Pulcinella infatti, proprio per le sue stesse origini di classe, aveva già in sé tutti i tipi che con lui verranno recitati sera per sera, di spettacolo in spettacolo. Era questa la tragica “disponibilità” delle plebi: lasciate nella miseria e nell’ignoranza, intese solo a procurarsi come che sia un tozzo di pane, ma nello stesso tempo ricche di una straordinaria vitalità, tutto a loro poteva succedere, per tutto esse erano pronte, di tutti esse erano a disposizione.

Eduardo De Filippo

A mezzo Seicento, Pulcinella arriva alla corte di Francia. Ve lo porta l’attore 
Nel Settecento, furono famosi Pulcinella, Filippo, Giuseppe e Salvatore Cammarano, il cui nome è legato alla storia del teatro San Carlino di Napoli. Fu sulle scene di questo teatro che poi conobbero i loro grandi successi i Pulcinella dell’Ottocento, Pasquale, Salvatore e Antonio Petito.
Fedele alla tradizione di questi grandi interpreti (e all’elenco si aggiunga, nel secolo scorso, anche il nome di Petrolini), e soprattutto fedele allo spirito del suo popolo, alle tradizioni, ai costumi del suo popolo povero e umiliato, la cui condizione umana soltanto non da molti anni sta modificandosi, e non tanto per le “provvidenze” dall’alto che tolgano la miseria, ma soprattutto per la sempre maggior coscienza dei propri diritti e della propria forza, Eduardo De Filippo ha dunque voluto essere l’ultimo Pulcinella. Lui che, nel secondo dopoguerra, dato le cose migliori che possa vantare il nostro teatro, ha fatto rivivere l’antica maschera, come un ritorno alle origini di un teatro che alla risata, alla più sfrenata allegria di casi intricati e ridevoli accompagna l’amaro senso di una ingiustizia che si perpetua contro il debole e l’umile, e la voglia di ribellarsi ad essa.

Fonte;

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